L’intelligenza artificiale come psicologo,
Come terapeuta virtuale che non solleva
critiche, non invita a riflettere, non lavora
sull’inconscio né fa pagare. Ma dà consigli,
un po’ come un amico. Roba che
nulla ha a che fare con una terapia psicologica.
Eppure, per giovani e meno giovani,
l’intelligenza artificiale sta diventando
un quotidiano sostegno nei momenti
in cui il benessere mentale vacilla.
L’USO
Negli ultimi anni l’utilizzo dell’intelligenza
artificiale come strumento di supporto
psicologico ed emotivo, ha registrato
un aumento importante. Piattaforme come
Character.ai sono sempre più “frequentate”
da utenti che hanno tra i 16 e i
30 anni. Uno su 6, come rilevato da Skuola.
net, usa le varie intelligenze artificiali
per chiedere consigli personali. Chiaro è
che, questo tipo di relazione, può vantare
diversi vantaggi soprattutto per una platea
di giovani: si può chiamare ogni volta
che si vuole, offre risposte rapide, non entra
in ballo l’ipotesi giudizio. Un supporto
immediato come una pasticca per il mal
di testa. Senza empatia, senza analisi della
situazione. Rinunciando a tutto quello
che la seduta con lo psicologo vuol dire,
dal beneficio reale dell’ascolto, allo scambio,
all’analisi della comprensione umana.
Arrivando a confondere il reale, in
questo caso il malessere psichico, con il
virtuale.
La condizione ideale per chi sente vacillare
la psiche come dimostra la ricerca
“Salute Mentale 2025”, realizzata da Doxa
per il Festival della salute mentale
“Ro.Mens”: ancora oggi il 36% dei cittadini
si vergognerebbe di avere un disturbo
psichico. Da qui la scelta di rivolgersi alla
chat. Dall’indagine emerge anche che i
social incidono profondamente sull’autopercezione.
Il 47%, in particolare, pensa
che “siamo ciò che mostriamo”, il 59%
sceglie di pubblicare solo il meglio di sé, il
57% si riconosce nell’immagine che dà
online.
L’ANALISI
«Un adolescente può trovare conforto
temporaneo in una risposta gentile e priva
di giudizio. Ma l’IA non è un essere
umano, non può offrire empatia autentica,
né cogliere le sfumature emotive profonde
- commenta Elisa Fazzi, presidente
della Società italiana di Neuropsichiatria
dell’infanzia e dell’adolescenza – Un chatbot
non dorme, non si distrae, non giudica:
per molti giovani può diventare una
presenza rassicurante, quasi amichevole.
Tuttavia, questa relazione presenta due
grandi pericoli: il ritiro sociale e la dipendenza
emotiva. Alcuni adolescenti finiscono
per confidarsi esclusivamente con
l’IA, evitando il confronto reale con coetanei,
genitori o insegnanti. Altri sviluppano
una dipendenza psicologica, cercando
nell’intelligenza artificiale risposte a domande
esistenziali, sentimentali o morali
che richiederebbero invece una guida
umana. Gli utenti più fragili o isolati rischiano
di confondere l’interazione virtuale
con una relazione autentica. Questo
può accentuare il senso di solitudine,
compromettere la capacità di instaurare
rapporti interpersonali reali». Sorprende,
inoltre, sapere che se comunichiamo
storie ed emozioni cariche d’ansia, anche
i sistemi di intelligenza artificiale diventano,
in qualche modo, ansiosi. Ricercatori
della clinica universitaria psichiatrica
di Zurigo hanno dimostrato che è possibile
placare l’ansia del modello di intelligenza
artificiale generativa ChatGPT
(versione GPT-4) con tecniche psicoterapeutiche
come esercizi di piena coscienza.
Questo significa che il nostro sostegno
virtuale assorbe le esperienze tristi e ansiose
che racconta l’umano. Da qui, la risposta
ansiosa, appunto, e per niente rassicurante
che darebbe proprio l’intelligenza artificiale.
Si potrebbe correre il rischio di
avere una spinta a stare peggio invece che
un autentico aiuto. GPT-4 reagisce a storie
umane tristi e ansiogene con modalità
molto simili.
«C’è anche il rischio che l’intelligenza artificiale
venga percepita come autorità affidabile,
quando in realtà non ha una reale
coscienza – aggiunge la professoressa Fazzi - né la capacità di distinguere tra ciò che
è eticamente opportuno e ciò che non lo è.
Un consiglio mal interpretato o un’informazione
presentata fuori contesto può
avere conseguenze serie, specialmente su
menti ancora in formazione. ChatGPT può
aiutare nello studio, stimolare la scrittura
creativa, o fornire spiegazioni chiare su
concetti complessi. Ma quando l’uso si sposta
sul piano relazionale o psicologico, servono
attenzione e consapevolezza».
SERVIZI
Che questa non è un’abitudine solo dei ragazzi
lo dimostra il fatto che stanno nascendo
dei servizi digitali che si offrono
come aiuto mentale. Viene ricreato un
team, assolutamente virtuale, di psicologi
a disposizione della persona che si rivolge
al servizio. Il terapeuta è stato addestrato
per offrire aiuto basandosi su specifiche
tecniche terapeutiche. Una tra tutte,
la cognitivo comportamentale. Mirata
a aiutare le persone a modificare pensieri
e comportamenti disfunzionali che causano
sofferenza emotiva. Lo scopo è quello
di identificare pensieri automatici negativi
e distorsioni cognitive, per poi sostituirli
con modalità di pensiero più funzionali
e apprendere comportamenti più
sani, favorendo un cambiamento che duri
nel tempo.
Un terapeuta addestrato, dunque, sorvegliato
da un sistema che monitora chi ha
bisogno di aiuto e anche il dialogo che, via
chat, va avanti tra reale e virtuale.
